Terapia sistemica modello psicodinamico un tentativo di integrazione

​La natura di questo breve scritto è essenzialmente di evidenziare le possibilità di integrazione tra alcuni principi della teoria sistemica, che ha precise ragioni teoriche e metodologiche di intervento, specificatamente sul sistema famiglia, allargato ad una visione trigenerazionale, con il modello psicodinamico notoriamente centrato più sull’interno dell’individuo. Attenzioni in un ottica biopsicosociale ed al ciclo vitale del soggetto all’interno di un sistema emozionale ed affettivo che è in relazione al ciclo vitale della famiglia, allargando il focus oltre il sistema nucleare tra genitori e figli, ponendo attenzione sui richiami a compiti e mandati famigliari delle famiglie di origine dei padri, inconsapevolmente tramandati, con un valore di identificazione e vissuti spesso inconsapevoli. L’integrazione tra psicologia del profondo, con elementi riguardo il contesto evolutivo sia dell’individuo sia dei mandati fantasmatici delle famiglie di origine, ha permesso di ampliare gli orizzonti dei fenomeni osservati evidenziando come i mandati familiari, i contesti di relazione, il contesto familiare di riferimento abbia un peso sull’individuo e come questi viva, subisca o reagisca al mandato in un ottica di fusionalità con esso oppure di separazione da esso. Come il segnale di crisi vissuto da uno dei componenti del sistema non faccia che segnalare anche un arresto evolutivo non solo dell’individuo sintomatologico ma del ciclo evolutivo della famiglia, acquisisce il significato di comunicazione di uno stato di sofferenza del sistema stesso. Nella mia formazione ed esperienza clinica, parole come conflitto generazionale, mappa dei poteri, paziente designato, hanno avuto ed hanno valore non solo teorico ma di intervento nella prassi. L’integrazione nel modello focale di intervento, tra diverse discipline ne è un ulteriore sviluppo. Infatti l’integrazione del modello “evolutivo”, con il modello “ecologico” sulla scia del pensiero di Bronfenbrenner ed utilizzando il concetto di resilienza, prende in considerazione l’evoluzione, tra individuo e fattori ambientali, famigliari ed extra famigliari, il contesto politico, economico, sociale e razziale e di come questi micro eco sistemi possano tollerare disturbi senza collassare in uno stato “qualitativamente” diverso. Lo sviluppo deriva in questa ottica dalla interazione dei sistemi che riguardano il bambino:

 

Microsistema: la famiglia sulla quale si concentrata la terapia famigliare

 

l’exosistema: la collettività; la presenza di adulti significativi (studiati anche come attaccamenti multipli), influenzano lo sviluppo del bambino tanto più, quanto i genitori versano in condizioni difficili, fondamentale è la qualità del sostegno affettivo e strumentale fornito al bambino o al sistema famiglia, dalla rete sociale ad esempio sostegno dei pari, di educatori, insegnanti, direttori didattici.

 

Macrosistema: cultura e società si tratta del contesto socio-culturale e politico. La comunità culturale di appartenenza, l’ideologia politica, le credenze religiose, gli atteggiamenti verso la violenza, hanno un ruolo chiave nella capacità del bambino di dare un senso agli eventi cui deve far fronte, specie quelli più difficili da gestire: morte, sofferenza, malattia, catastrofi. Essenziali sono anche alcuni fattori socio-culturali: strutture e istituzioni collettive (centri culturali, spazi ludici, luoghi di aggregazione) sono fondamentali per lo sviluppo intellettuale, emotivo, relazionale del bambino. L’ambiente sociale è potenzialmente uno spazio evolutivo e di resilienza, fornendo anche ai genitori una possibilità di condividere la responsabilità nella crescita dei figli, ma può esercitare una influenza negativa. Secondo la prospettiva ecologica, la resilienza di un bambino in risposta ad un trauma è influenzata dalla resilienza dell’ambiente che lo circonda (M.C. Gislon 2010). La relazione ego-sintonica od ego-distonica si amplia così da un interno/esterno dell’individuo alle relazioni tra microsistema individuale e gli altri eco sistemi. Nelle mie riflessioni mi sono concentrato soprattutto su come certi mandati, certi miti, fantasmi, che hanno un origine famigliare trigenerazionale siano spesso subiti ed inconsapevolmente agiti non solo all’interno del sistema famiglia ma come esso sia rischiosamente agito nella relazione terapeutica. Il terapeuta come portatore inconsapevole dei suoi miti all’interno di un contesto di cura. L’attenzione posta quindi non solo sulle implicazioni teoriche e metodologiche del modello di intervento, ma soprattutto come sia inevitabile fare un confronto con i nostri fantasmi interni che possono essere di ostacolo ad una relazione effettivamente ed autenticamente terapeutica. Come certi fantasmi del passato possano inevitabilmente ritornare nella relazione terapeutica e come essa possa essere un potenziale ostacolo ma anche uno strumento di riconoscimento di dinamiche nelle quali siamo stati e siamo inevitabilmente coinvolti, per una migliore comprensione delle dinamiche di quel sistema di riferimento. Utilizzando il genogramma abbiamo potuto far riapparire, all’interno della relazione paziente terapeuta, elementi del passato, mandati, miti famigliari che svolgono una potente azione di riferimento rispetto alla dinamica di individuazione/separazione. Di come abbiano un forza così potente ed oscura che influenza non solo le scelte di vita, il proprio ciclo vitale, ma siano più o meno veicolate anche nella relazione di giovani terapeuti soprattutto là dove non ci sia stato un confronto con essi. L’origine dei conflitti non è solo interna all’individuo, essa ha che fare con il riconoscimento di mandati familiari, più o meno rispettati, della mappa dei poteri (Zapparoli 2002) intorno all’individuo che comprendono sia l’individuo stesso, sia il sistema famiglia, sia extrafamigliare, sia delle istituzioni e della cultura Essi generano un conflitto relazionale che è sia interno all’individuo sia nelle relazioni oggettuali che vive in relazione agli altri eco sistemi di riferimento. L’attenzione si sposta dall’individuo alle relazioni con gli altri sistemi, e la conoscenza delle regole dei sistemi, alla loro interdipendenza e funzionalità, che proviene dalla seconda cibernetica, dalla teoria dei giochi, dalla teoria dei sistemi di Palo Alto la comunicazione come relazione, permette di inquadrare l’individuo in una prospettiva storica bio psicosociale di evoluzione interna in relazione all’esterno ed ai suoi sistemi di riferimento e di ricerca di stabilità e di omeostasi. Lavorare con in conflitti individuali in una prospettiva allargata, permette spesso lo spostamento e l’inquadramento del disturbo come comunicazione di un sistema in crisi, ben sapendo che il cambiamento di uno dei microsistemi all’interno di un sistema sarà spesso contrastato ed ostacolato, negato e non vissuto, ma inevitabilmente comporterà una ristrutturazione del sistema stesso, potenzialmente evolutiva per l’intero sistema di riferimento. Lavorare con la famiglia o coi sistemi da una possibilità in più di attivare quelle risorse resilienti non solo attraverso un lavoro sul paziente designato, ma con il sistema stesso che attraverso grida disperate, silenziose, agiti, fissazioni, spesso di un singolo ma non solo, richiede che siano affrontati i conflitti all’interno del sistema. La sempre più necessaria integrazione fra saperi di diverse discipline, (psicologia, sociologia, filosofia, scienze fisico matematiche) per una “testa ben fatta” (E. Morin), modelli di riferimento teorico e metodologico di intervento, diversi per provenienza nell’intervento terapeutico, favoriscono un miglior riconoscimento del conflitto agito e vissuto e permettono al terapeuta di passare da un potere assoluto nella relazione ad un potere relativo. Di mediazione con il potere assoluto del paziente nel mancato riconoscimento di parti di sé, una modalità di intervento come intermediario del conflitto agito, nel contesto di riferimento, dal paziente, attraverso la riduzione del proprio potere, con il riconoscimento del potere di resilienza del paziente, delle sue possibilità evolutive e di integrazione. L’accettazione del limite dell’intervento, la necessaria tolleranza alla frustrazione inevitabile che si può vivere, possono consentire al paziente di eliminare l’aspetto più disfunzionale del suo sistema di auto cura e di resilienza che lo ha portato in qualche modo a contatto con sé e nella stanza del terapeuta per una evoluzione degli aspetti interni e relazionali che vive.

Bibliografia​

M.C. Gislon: La resilienza nella clinica: prevenzione e trattamento. Dialogos ed. 2010

M.G. Gislon: La specificità dei bisogni come strumento di valutazione diagnostica. Dialogos ed. 2009

G.C. Zapparoli: La follia e l’intermediario. Dialogos ed. 2002

Edgar Morin: La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina, Milano 2000.